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venerdì 14 marzo 2014

LEI di Spike Jonze



Oggi è già domani: l’amore è fisico e/(o) cerebrale ed è vero anche quando è “artificiale”.

Voto ***       7½


In un imprecisato futuro innamorarsi sarà una questione dannatamente difficile e delegheremo il compito di esprimere i nostri sentimenti ad ottimi professionisti del settore, i quali ci offriranno i loro servizi scrivendo lettere dalle frasi intense e vibranti.

Istinti e passioni si “connetteranno” ma solamente a distanza, in anonime chat room dove si è troppo lontani per il sesso carnale ma anche per augurarsi una più semplice buonanotte.

Conosceremo molto dei gusti di chi gradiremmo conquistare, attraverso i nutriti “database” della rete, eppure questo non ci aiuterà quando, passando dal virtuale al reale, tentenneremo come cuccioli inermi e sperduti, sembrando niente di più che sbiadite proiezioni di noi stessi.

La vera “conquista” arriverà dunque grazie al “Sistema Operativo” (“O.S.”) dei nostri sogni, accondiscendente e (…apparentemente...) privo di complicazioni aggiuntive: una intelligenza artificiale senza un corpo con la quale potremo “flirtare” liberamente, anche se – dettaglio non trascurabile – non programmabile a nostro piacimento.

Si potranno pianificare tutti i dettagli della “vita di coppia” (…!!...) ed eliminare ogni rischio di fallimento e sofferenza. Finalmente niente più fastidiose “implicazioni fisiche”, né l’impegno opprimente del dover crescere ed edificare assieme a qualcuno il nostro domani.

Dei bisogni e delle nostre solitudini: Spike Jonze e la sua “assurda” (ma non troppo) storia d’amore rimestano tra i dolori e le sempre più insormontabili difficoltà dell’essere umano, incapace di venire a capo delle sue mutevoli emozioni.

Corpo e cervello navigano verso approdi (o derive) diverse e nessuno sembra essere in grado di guadagnarsi la propria felicità, che rimane un desiderio distante ed inaccessibile, impossibile da costruire, ancora meno da vivere.

Moltissime le riflessioni stimolate da “Her”, con imbeccate molto più geniali che inverosimili, rimbalzando tra amore fisico e cerebrale.


La realtà intesa come “concretezza del ragionare” occupa pressochè tutto lo spazio a disposizione e di fantasia ne rimane appena un piccolo umore, quasi impercettibile. A ben vedere del futuro non c’è quasi niente e tutto quanto vediamo potrebbe accadere – anzi, sta già succedendo – esattamente oggi!

mercoledì 12 marzo 2014

FELICE CHI E' DIVERSO di Gianni Amelio


Testimonianze toccanti: 
contro le ostilità preconcette e 
la volgarità di una cultura scadente.

Voto ***         7½

Invertiti, anti-natura, “capovolti”, “terzo sesso”: queste solo alcune delle parole coniate da un mondo eterossessuale, spietato e sessista, per additare con spregio gli omossessuali, affiancate non di rado da altri vocaboli, pescati appositamente per loro dallo “stanzino maleodorante” del vizio e dello squallore.

Difficile però non condividere il dettame “Il bambino è perfetto, sbagliata è la società” di Jean Jaques Rousseau, filosofo del ‘700 e ancora oggi riferimento per educatori e pedagogisti. Come considerare allora i feroci divieti creati dagli uomini e dalla paura, il biasimo con il quale si è voluta additare – di fatto creandola – una categoria di esseri umani, arrivando ripetutamente a colpirla con scherno, violenza e cattiveria?

Gianni Amelio (di recente ha fatto “outing” durante una colloquio con la giornalista Natalia Aspesi) con il suo “Felice chi è diverso” si schiera contro decenni di cultura scadente - questa certamente volgare - mirando a muover guerra al pregiudizio costituito, che ancora oggi vede molte persone propense a considerare l’omosessualità come una malattia da curare in appositi centri di recupero, magari con una medicina o una puntura salvifica.

L’arma usata dal regista è la testimonianza, la verità fatta affiorare per mezzo dei ricordi di coloro che sulla propria pelle hanno patito il peso di una società ostile, che hanno visto minata la loro sensibilità e la loro tranquillità affettiva ed hanno dovuto proteggere - come meglio hanno potuto - pensieri, sogni e desideri, provando ad evitare che divenissero incubi. Ottimo anche il collaterale lavoro di ricerca e documentazione sui materiali d’epoca di Francesco Costabile.

Molti i volti sconosciuti, altri quelli più noti: Ninetto Davoli, Paolo Poli e il critico ed attore John Francis Lane. Dalle loro labbra memorie di giorni gioiosi o difficili, l’eco di vecchie “birichinate” clandestine consumate all’ombra di un portone; rievocazioni di luoghi del passato, ambigui ma necessari per dare corpo ad un desiderio altrimenti inaccessibile.

“Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune”: riassumono molto del senso generale queste poche parole - da una poesia di Sandro Penna - brevi ed incisive, dalle quali possiamo scorgere in controluce l'esuberanza e la ricchezza dei mille colori del mondo e, in contrapposizione, un monito rivolto a tutti i benpensanti che, mentre additano le altrui "anomalie", non si avvedono di quanto nuocciano persino a loro stessi.  

lunedì 10 marzo 2014

PULCE NON C'E' di Giuseppe Bonito











Un fulmine a ciel sereno turba 
una già precaria tranquillità familiare.

Voto ***         7


Margherita (Ludovica Falda) ha nove anni, ascolta il tango e va pazza per il tamarindo. Ride, ma non sai mai se è felice, piange, ma non sapresti dire se è triste. Ha molto da dire ma nessuno vuole o riesce ad ascoltarla davvero, così i suoi sentimenti ed i suoi desideri rimangono custoditi dentro uno scrigno inaccessibile, nel quale ogni tanto si apre una breccia per potervi sbirciare dentro. Per la sua famiglia è “Pulce” e nemmeno una patologia problematica come l’autismo riesce ad inquinare la felicità del tempo passato assieme a lei. Ma un giorno la piccola Margherita viene sottratta ai suoi cari, in seguito ad una accusa grave ed infamante.

“Pulce non c'è”: dal libro omonimo ed autobiografico di Gaia Rayneri - qui collaboratrice alla sceneggiatura di Monica Zapelli - che nella vita ha vissuto davvero il dramma dell'allontanamento familiare della sorella più piccola per un periodo di nove mesi, trovandosi suo malgrado a dover affrontare drammatiche incertezze.

Il regista Giuseppe Bonito – premiato al suo esordio con il secondo posto di categoria ai Nastri d’Argento 2013 e vincitore dell’ultima rassegna “Bimbi Belli”, organizzata da Nanni Moretti - racconta la vicenda di Margherita attraverso lo sguardo della scrittrice, che nel film diventa quello della sorella adolescente Giovanna (Francesca Di Benedetto, molto brava).

Oltre che di buoni sentimenti e commozione la sua pellicola si nutre anche di sensazioni angosciose e di una tensione narrativa derivante dai molti dubbi privi di una risposta. Tutte le laceranti preoccupazioni ed i torbidi stati d’animo si raccolgono sul viso accigliato e nerissimo di Pippo Del Bono (nel ruolo di Gualtiero, il padre di “Pulce”).

La pellicola di Bonito pone l’accento – senza calcare la mano – sull’inadeguatezza delle istituzioni, sulla solerzia cieca ed il poco tatto degli addetti ai lavori (insegnanti, medici, assistenti sociali), suggerendo come sia facile scivolare nell’abuso partendo dal presupposto di evitarlo.

“Pulce non c’è” si compone di piccoli dettagli che colgono nel segno divenendo emozioni e smussa le sue imperfezioni con la forza della sincerità. Si avverte l'interesse per la storia raccontata, puntellata ad ogni passo da una delicatezza che viene dalla "vicinanza".


giovedì 6 marzo 2014

SNOWPIERCER di Bong Joon-ho











Costretti in un convoglio rigidamente separato per classi sociali, i sopravvissuti del mondo girano attorno al pianeta.
                                            
                                          Voto **½        7

Una nuova era glaciale ha reso la terra inabitabile. Calore, cibo ed acqua si possono trovare soltanto sull’ “arca sferragliante” del ricco costruttore di treni Wilford (Ed Harris). Si tratta di un treno che, per produrre il necessario alla sopravvivenza, corre da diciassette anni senza sosta, lungo un binario circolare che si estende per 438.000 kilometri: giusto un anno il tempo necessario a percorrere l’intera distanza e celebrare il capodanno passando sul ponte di Yekaterina!

A bordo l’ordine è stabilito, tutti hanno la propria posizione ed il proprio ruolo ed il caos non è tollerabile: così è! In fondo al convoglio c’è l’ultima classe, dei sudici e dei reietti, che vengono nutriti con immonde barrette proteiche gelatinose. Il ministro Mason (una fantastica ed irriconoscibile Tilda Swinton) porta ai “diseredati del pianeta” notizie ed ordini dalla “sacra locomotiva” ma presto Curtis (Chris Evans) guiderà la rivolta, per “risalire il mondo dai piedi fino alla testa”.

Una “strip” francese scoperta in una fumetteria di Seul - “La Transperceneige” di Jean Marc-Rochette e Benjamin Legrand, - ha ispirato Bong Joon-ho per il suo “Snowpiercer”. Il regista coreano trasforma in immagini la visione di un “microcosmo viaggiante su rotaia”, un ecosistema chiuso e bisognoso ad ogni costo di mantenere il suo precario equilibrio (vi ricorda qualcosa?), del quale ci mostra in sequenza l’interno/(inferno…) di ogni vagone, facendoci scoprire un po’ alla volta piccoli gironi Danteschi e – confinati all’interno delle carrozze - fascinosi ambienti di un pianeta quasi estinto.

Seguono folate d’azione (lotte a colpi d’ascia, sanguinolente colluttazioni corpo a corpo) miste ad un cocktail di sarcasmo, crudeltà e toni grotteschi.

Dai finestrini scorgiamo bianchi paesaggi post-apocalittici mentre all’interno del convoglio va in scena molto del campionario degli orrori della sopraffazione e dei meschini abusi del potere, con metaforiche allusioni alla rivoluzione del popolo ed il corredo di tutte le cocenti disillusioni al riguardo.

“Snowpiercer” è una lunga e veloce carrellata tra le follie e le disuguaglianze del mondo: Bong Joon-ho coniuga assieme eccessi e fantasia con bravura, in una pellicola ricca di azione e spunti interessanti, passando in rassegna alcuni pregi e difetti dell'umanità come la vacuità e l'ambigua natura di molti, il raro coraggio disinteressato di pochi altri.


martedì 4 marzo 2014

LA GRANDE BELLEZZA di Paolo Sorrentino











L’apatica lascivia della “dolcevita” 

borghese aggiornata al 
giorno d’oggi: la bellezza è solo un 

rimpianto.

      Voto ***         7½


Jep Gambardella (Toni Servillo) è un uomo stanco di affogare nella mondanità, deluso dai suoi stessi errori e dalla sue rinunce. 

Rimpiange le belle occasioni perdute: cercava “La grande bellezza”, ma non l’ha trovata ed ora, forse, è troppo tardi. Compie sessantacinque anni e fa una scoperta sconvolgente: non può più perder tempo a fare quel che non gli va di fare!

Al fianco di questo protagonista sfilano molti altri “prototipi moderno-borghesi”, controfigure di loro stessi che affondano con lenta consapevolezza nella mediocrità cafona, nel pallore di una “vita che non è stata”, a passo stanco, circondati da un cattivo gusto debordante ed a ben guardarlo persino imbarazzante.

Sorrentino aggiorna ad oggi “La dolce vita” di Felliniana memoria con una sequenza di cartoline amare e cupe, composte anche con visioni surreali. Confeziona il suo film con chirurgica precisione tecnica - talvolta forse eccessiva - trovando  il passo giusto per portare in luce le baracconate travestite da eleganza e descrivere l’insieme di una società decadente, irrimediabilmente distante dai sogni, dall'innocenza e da qualsiasi consistenza.

Una Roma borghese, pelandrona e senza nerbo è il set ideale, che allude ad una più ampia visione del declino Italiano (o universale). 

Vitelloni stanchi - scrittori da romanzetto o millantatori di false sofferenze e vocazioni civili che furono - masticano amaro rimpianti ed insoddisfazioni, ostentano sorrisi e false serenità. Si nutrono ancora delle loro vanterie seriose, di artifici pedanti e vuoti, vacuità necessarie per evitare il confronto con la loro meschinità: hanno perso l'attitudine alle belle cose !

Sceneggiato con Umberto Contarello “La grande bellezza” è abbastanza impietoso per farci male e lasciare un segno indelebile - estetico e di sostanza - a futura memoria.

Il mondo degli esseri umani è seducente e feroce: della sua vera bellezza Sorrentino poco ci mostra, sbilanciato ad osservare il “versante nero” con grande crudeltà cinematografica. Una festa amara per gli occhi, uno stillicidio devastante per la speranza e per l'anima.

venerdì 28 febbraio 2014

I FANTASMI DI SAN BERILLO di Edoardo Morabito










Intimità, curiosità e contraddizioni di un quartiere ferito e abbandonato della Sicilia.



                             Voto ***½        8 






Bassifondi poveri, malsani come una favela, equivoci come una casbah. Vicino alle baracche di legno giocano a cricket giovani ragazzi di origine indiana, segno dei tempi che cambiano; un cestino di vimini, calato con lo spago dalla finestra, cerca di riequilibrare il passato con la modernità.

San Berillo: un quartiere di Catania dal quale alla fine degli anni ’50 furono “deportati” gli abitanti – verso il sud-est della città, nel quartiere “San Leone” - per dare corso ad un progetto di riqualificazione urbanistica. Agli annunci seguirono i sogni traditi, poi l’evidente rovina e lo stato di abbandono e fatiscenza di oggi. San Berillo si popolò di extra-comunitari e proliferò l’illegalità, divenne soprattutto una zona di prostituzione: di fatto un “ghetto” – pulsante di vita “atipica” - in pieno centro, fino agli anni duemila, quando un nuovo allontanamento degli abitanti fu operato da parte delle forze dell’ordine.

Edoardo Morabito - al suo esordio dietro la macchina da presa - ha vinto al recente Festival del Cinema di Torino il premio come miglior film nella “Sezione Italiana Doc”: ha lavorato quattro anni per arrivare a questo risultato, incontrando differenti protagonisti di oggi e di ieri che, come nessun altro, conoscono odori, storie e segreti di quegli edifici mischiati alla lava, vecchi “confidenti” di muri e pareti scrostate.

Delle curiosità, delle contraddizioni e di tutte le diversità “I fantasmi di San Berillo” coglie l’essenza, portandola in primo piano. Ogni aneddoto diviene “distillato di vita”, la dignità delle testimonianze allontana ogni presunzione di volgarità

Donne mezze affacciate tra la porta e la strada, uomini smarriti con la giacca divorata dalle tarme, appartamenti dove si mischiano il sacro ed il profano: fa eco alle immagini la scrittrice siciliana Goliarda Sapienza, della quale ascoltiamo le impressioni – lette da Donatella Finocchiaro, assieme a brani di Italo Calvino - di quando per quei vicoli si aggirava curiosa, per poi tornare al secondo piano a suonare il pianoforte e a studiare.

Morabito sovrappone passato e presente, le immagini del suo girato odierno a curiosi ed interessanti filmati di repertorio della “Filmoteca Nazionale Siciliana”. Ad ogni passo “la città ci dice tutto”, rivela la sua intimità.

“I Fantasmi di San Berillo offre spazio a desideri e rimpianti, fa brillare i sudiciumi e trasforma le perversioni in commoventi attestati di vita: quel che dovrebbe esser sordido e maleodorante risplende in questa pellicola, dove ogni cosa respira e tutto è vita.



giovedì 27 febbraio 2014

THE LEGO MOVIE di Phil Lord e Christopher Miller




Una irresistibile sortita 

cinematografica nel mondo dei 

 mattoncini  colorati.


Voto ***½        8 





In un mondo ("BricksBurg") fatto di mattoncini "Lego" e governato dal "Presidente Business" ogni cosa deve mirare alla perfezione assoluta ed il disordine è messo al bando. I lavoratori (operai) cantano la loro colonna sonora intonando il coro "E' meravigioso", mentre (e)seguono alla lettera le "regole di costruzione", come dettato dall'apposito manuale.  

Per ribellarsi e “salvare la creatività dell’universo” occorrerà – non domandatavi perché - unire un “mattoncino speciale” (“il pezzo forte”!) al “Kragle”, niente altro che un tubetto stropicciato di colla a presa rapida custodito nella “Torre Octan”!

Ci riuscirà – con l’aiuto “davvero di TUTTI” – il mite ed anonimo Emmet, un eroe “normale”, anzi “Quello speciale” (…!...), la cui mente è “prodigiosamente vuota” e dunque perfetta per “credere e vedere ogni cosa”.

Eccellente sortita cinematografica di Phil Lord e Chris Miller (autori, sceneggiatori e registi) nel mondo dei mattoncini colorati. “The Lego movie” è geniale e folle (vedi il “divano a castello”…), sembra con attitudine e facilità. Attinge a “Guerre Stellari” e rilegge “Matrix”, facendo ondeggiare le sue situazioni multicolore tra il “1984” di Orwell e le tristi spersonalizzazioni del mondo reale.

Passando dal “vecchio West” a “Middle Zealand” (ovvero viaggiando tra i giochi e passando “di scatola in scatola”) arriviamo nel “Paese del Cucù”, dove non esistono cartelli con regole da seguire e si celebra l’elogio del caos e della diversità, oltre a veder riunito un manipolo di “ribelli” mai visto prima: Batman e Superman, Gandalf, la tartaruga Ninja Michelangelo, campioni dei Lakers ed astronauti degli anni ’80, Abramo Lincoln seduto su una sedia con i razzi!

“The Lego Movie” è un profluvio di trovate intelligenti, demenziali e divertenti, di idee proposte con ritmo vorticoso, usando una tecnica che mescola animazione e “stop-motion” (praticamente ogni scena ed ambientazione sono state ricreate “mattoncino dopo mattoncino”, utilizzandone “qualche milione”…).

Non c’è limite alla libertà ed alla fantasia e, tra “profezie inventate” e “poster con il gatto”, si arriva ad una conclusione dal significato semplice ed universale, che mette a confronto come in uno specchio il mondo fantastico con quello in carne ed ossa degli uomini (padre e figlio).

L’unica cosa che serve per essere speciali è “credere di esserlo” (o che qualcuno ci aiuti a crederlo) ma attenzione: il gesto rivoluzionario più grande è tendere la mano al nemico, l’unica arma “davvero segreta” per poter esser tutti uniti ed ottenere un mondo davvero migliore.



mercoledì 26 febbraio 2014

EU 013 - L'ULTIMA FRONTIERA di Alessio Genovese e Raffaella Cosentino










“Ospiti indesiderati d’Europa”: le vite sospese di esseri umani “irregolari per legge”.

Voto ***       6½


“C.I.E.” (Centri di Identificazione ed Espulsione): sembrano carceri ed anche se non lo sono hanno le stesse invalicabili sbarre di ferro; la privazione della libertà ha il medesimo sapore acre, produce la stessa rassegnazione, rabbia o disperazione.

In Italia circa ottomila persone (stranieri) vi sono “trattenute”, in regime di “detenzione amministrativa”, senza aver commesso nessun reato penale o esser mai state giudicate in alcun processo. All'interno, il nome degli ospiti – che non possono reclamare il diritto nemmeno di possedere un accendino o un telefono cellulare - è sostituito da un insieme anonimo di cifre.

Privi di documenti e permessi di soggiorno gli esseri umani divengono “irregolari per legge” e possono essere obbligati a “soggiornare” presso queste strutture fino a diciotto mesi. Strumentali ad interessi politici ed economici, ben lontani dall'esser risolutivi, i ”C.I.E.” incidono sul bilancio nazionale per cinquanta milioni di euro l'anno!

Dopo i “necessari” accertamenti, allo scadere del periodo di “reclusione” - disposto da un questore e convalidato da un giudice di pace - il rilascio. Chi non ha sanato le proprie “pendenze” riceverà un “foglio di via” e sarà costretto ad abbandonare il territorio Italiano ma, senza le “giuste credenziali”, nemmeno il resto d’Europa sarà mai “libero e calpestabile”: perché i trattati di Schengen hanno aperto le frontiere solo per proteggere e favorire il “benessere di pochi”, infischiandosene dei bisogni e delle speranze di moltissimi altri.

“EU 013 – L’ultima frontiera” - film-documento di Alessio Genovese e Raffaella Cosentino - ci mostra per la prima volta immagini dall’interno di alcune delle tredici strutture presenti sul territorio Italiano: Ponte Galeria (Roma), Bari e Milo (Trapani).

“Video-Frammenti” di vite sospese per un tempo “non precisamente quantificabile”, “ergastoli bianchi” in attesa di un intervallo. L’indeterminazione alla quale è sottoposto il futuro, l’umiliazione e la “declassificazione della gente”, ricordano per alcuni aspetti le condizioni patite nelle strutture manicomiali “pre-Basagliane”.

Mentre la maggior parte della popolazione Europea coltiva la sua indifferenza – accostandole persino fastidio ed irritazione - questo lavoro cerca di stimolare l’attenzione, di colmare la nostra deplorevole distanza dalle condizioni altrui.

I titoli di coda restituiscono un nome ad ogni “detenuto”, facendoci sottilmente notare quanto possa esser grave mancare di rispetto a qualunque essere umano e ricordandoci quale aberrazione possa celarsi nel ridurre le persone ad una sequenza di numeri. 

lunedì 24 febbraio 2014

THE SQUARE di Jehane Noujaim










La rivoluzione è la cultura di un popolo: sogni, ideali e divisioni visti dal cuore di una lotta coraggiosa.

Voto ***½       7½


Egitto: dal mese di gennaio del 2011, inizio delle proteste in piazza Tahrir, alla caduta di Hosni Mubarak, passando per “l’interregno” di Mohamed Morsi – deposto dai militari - fino ad arrivare alla probabile vittoria alle prossime presidenziali nel 2014 del “Maresciallo di campo” Abdel Fattah al-Sisi.

La documentarista Jehane Noujaim, nata al Cairo ma naturalizzata americana, ha seguito le varie fasi della rivoluzione Egiziana dal suo epicentro, scambiando rapporti con alcuni dei suoi protagonisti e pedinandoli da vicino: il giovane Ahmed, l’attivista Khalid, un tormentato seguace dei Fratelli Musulmani di nome Magdy, il cantante simbolo della protesta Rami, la combattiva Aida.

Come un fiume carsico la rivoluzione scompare e continuamente riaffiora lungo un periodo di tre anni, trovando come luogo simbolico per emergere sempre piazza Tahrir, “un posto dove recarsi con una tenda ed una coperta per tentare di risolvere ogni problema”: il “cinema Tahrir”, dove confrontarsi con le immagini di cio’ che è accaduto; lo “stato di Tahrir”, il primo pezzo di terra sul quale avanzare diritti!

“The Square” è un documento esemplare nel suo descrivere la protesta e il suo lungo corso, le sue diverse anime, le dinamiche e le strumentalizzazioni, i movimenti sotterranei che portano ogni volta al potere diversi uomini e gruppi politici. 

Potente nel mostrare immagini drammatiche come quelle della polizia che spara ad altezza d’uomo, efficace nel saper evidenziare l’importanza dell’informazione alternativa (YouTube, i Social Network) che reagisce alle imposizioni dei media tradizionali.

Filmare, credere, testimoniare, esortare, combattere: la pellicola della Noujaim sembra sposare in pieno le parole d’ordine della rivoluzione, che non vuole abbattere un regime per vederne un altro prenderne il posto bensì creare una coscienza, alimentare la cultura di un popolo che non si sfama solo con “elemosine” di olio e zucchero.

“The Square” puo’ infondere coraggio o sfiducia ma certifica due dati di fatto: chi insegue pervicacemente i suoi ideali non smette di sognare; per provare a cambiare la realtà bisogna continuamente "agire e reagire" - con sopportazione ed inesauribile coraggio - alle numerose ed inevitabili sconfitte.

domenica 23 febbraio 2014

12 ANNI SCHIAVO di Steve McQueen




              




Le lacerazioni della carne 
soverchiano l’anima “possibile” del film: McQueen un passo indietro rispetto alle sue potenzialità.

Voto ** 6½

Il nuovo film di Steve McQueen è basato sulla storia vera di Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), talentuoso violinista che nel 1841 viveva in America da uomo libero, nella contea di Saratoga (New York). Con l’inganno di due falsi agenti dello spettacolo fu rapito e ridotto in catene fino al 1853. Suo il libro “12 anni schiavo”, da cui il titolo della pellicola.

Sulla durezza della schiavitù e la collera del “padrone” come condizione costante non nutrivamo dubbi: le schiene martoriate dalla frusta e le umiliazioni che ci propone questa pellicola rinverdiscono le nostre certezze, senza concederci sconti.

Piaghe, lacrime, urla di rabbia e di dolore, volti sofferenti: supplicare la morte o comprare la pietà sono chimere avvelenate o impossibili, la libertà talvolta ha un prezzo ma non è mai un diritto.

Tutto cammina su binari che difficilmente potrebbero procedere altrimenti e che purtroppo immaginavamo, eppure ben presto ci troviamo come disorientati e quasi annoiati, ad interrogarci su cosa non funzioni.

Forse la prova del protagonista Ejiofor, dal quale pretenderemmo si affacciassero chissà quali abissi imperscrutabili dell’animo umano? E’ buona la sua interpretazione ma è solo un tiepido antagonista per il fiero e “cristologico” Bobby Sands/Michael Fassbender, visto nel capolavoro “Hunger” (qui è nel ruolo del sadico schiavista Edwin Epps).

Manca il contraltare che accompagnava l’ostentazione dei “corpi” dei precedenti lavori di McQueen: la tensione tagliente e palpabile delle carceri Inglesi, le atmosfere angosciose e disturbanti di “Shame”. Osserviamo tutto quanto accade ma quasi mai oltrepassiamo davvero le barriere emotive, poco ci addentriamo nelle dinamiche psicologiche.

Riassume i conflitti del contesto generale uno scambio fin troppo “elementare” di idee nel dialogo tra l’abolizionista Samuel Bass (Brad Pitt) e Northup, distante anni luce dal possente “incrocio verbale” tra prete e detenuto del già citato “Hunger”.

Troppa realtà “esposta al solo sguardo”, con poca altra rielaborazione. Sofferenze e pensieri sono sopraffatti dalle lacerazioni della carne e arriviamo senza sussulti alla fine, mentre avremmo voluto sapere molto di piu’ “del viaggio” che ci fino a quel punto ci ha condotto.